lunedì 21 aprile 2008

Io sono io

I fiori, i campi e le montagne
il mare, il cielo e le campagne
Parlarti è inutile, tutto è diverso
Ridevo un tempo, ora è l'inverso
Temo i tuoi occhi, prima li amavo
Piango ogni giorno, ero felice.
Odio L'inverno, cupo messere
Che nell'angoscia mi fa cadere
il freddo, il nero, tutto mi fiacca.
Non dire nulla, io vado via
Se m'ami non dire una parola
Io scappo lontano, ti lascio da sola
Vedi io come il vento son fatto
se in un posto rimango per troppo
mi sciolgo e muoio, sono distrutto.

domenica 5 agosto 2007

Buon Compleanno

BUON COMPLEANNO !

Sotto la lampada il libro restava quasi solo, illuminato, a mo’ di divinità, da quella luce fioca, mentre i bambini facevano gran baccano fuori nel cortile.

“Tanti auguri” recitava il consueto bigliettino della zia Mara, posto a “riposare” sul divano.

Tutto solo, dal canto suo, se ne stava appunto il divano, ancora marchiato dall’impronta degli invitati, e mentre i bambini investivano l’aria di urla, la porta chiusa isolava la stanza dei salamelecchi.

L’atmosfera era quella tipica del post caos; quel caos che la gente fa per adempiere al rito della formalità. Tanti regali interrompevano, adagiati sul pavimento, la continuità del gioco di colori delle mattonelle, gioco che alternava il bianco al nero e che dalla porta dell’ingresso si portava al salotto. L’odore degli snack impregnava l’aria e si mischiava ad un’essenza acidula che pian piano irrompeva nell’ambiente.

La casa era un’alcova che spesso aveva ricevuto, non senza orgoglio di Sara, la padrona di casa, persone importanti, e per questa sua natura formale sembrava essere stata concepita. Tanto che il salotto era quasi il gioiello dell’intero edificio, così come il bagno degli ospiti. Quante volte Marta e Claudia erano state invitate dalla mamma ad evitare di usarlo, ricordando loro la preziosità della conservazione e della pulizia.

Certo nessuno aveva il naso fino in casa Sparlucci e quell’olezzo difficilmente si poteva sentire in giardino, essendo quest’ultimo ambiente diviso dal resto della casa da una bella porta corazzata, antiladro. Soprattutto i malintenzionati erano diventati antipatici ad Orazio, padrone di casa e festeggiato, che non sempre intratteneva rapporti con gli estranei e che odiava trovarseli in casa. Nessuno quindi sentiva quell’odore, ora divenuto acre, che si stava accompagnando, quasi a sovrastarlo, a quello dei popcorn.

Il pezzo più kitch del salotto era, in effetti, un mappamondo e grazie a lui un lampadario in cristallo, da due anni a questa parte, era stato sollevato dal ruolo di attrazione della casa; una volta il professore di filosofia di Claudia rimase cinque minuti, atterrito, a fissarlo. Ma il mappamondo era di certo il pezzo forte: i suoi disegni sui filibustieri erano talmente orrendi da scongiurare ogni tipo di furto, a meno che non si volesse usarlo in un bel camino coloniale.

Fu “lui”, però, a rompere l’idillio del silenzio costretto, a cui tutta la casa partecipava, giacché a Sara venne l’idea di mostrare al professore di storia di Marta il suo più importante pezzo d’antiquariato, convinta, per chissà quale motivo, che uno storico potesse avere passioni antiquarie.

Per questa ragione Marta fu costretta ad aprire la porta e ad invitare il corteo dei convitati all’interno della casa. Mentre il gruppo seguiva la sua guida, come i turisti in comitiva seguono la bandierina gialla, la nausea invadeva il corpo della ragazza e saliva il rigurgito acido dall’esofago fino alla bocca di Marta, che sfogo il suo disgusto sul tappeto in fronte al divano, schizzando anche il libro, finalmente degnato d’attenzione.

Luca, intanto, fratello di Sara e orgoglio della famiglia, perché diventato da poco medico, corse in casa, compresa la causa dell’odore acre, e trovò la povera Claudia riversa sul pavimento in mezzo al suo vomito.

Sara agitata dal vociare dei parenti e dal via vai degl’altri, entrò in casa e subito ebbe da rimproverare la disgraziata Marta, rea di aver inflitto al tappeto un’ignobile onta, ma la rabbia la sopraffece in quel del bagno degli ospiti, qua fu Claudia ad essere oggetto delle sue grida. Mentre lei schiaffeggiava la figlia, per farla rinvenire ed evitare che sfuggisse, d’addormentata, ai suoi rimproveri, tutti gli altri guardavano al lampadario, anche questo di cattivo gusto e dal quale penzolava Orazio, legato ad esso da una cravatta che gli stringeva il collo. Sotto i suoi piedi, quando tutti gli altri restavano atterriti a guardare, Luca lesse il bigliettino del suicida, che si trovava legato alla stringa di una delle sue scarpe, pronunciando ad alta voce le ultime parole del morto: “Mi sento inutile, queste feste mi fanno sentire solo e povero. Tutto quello che ho fatto finora non mi ha reso veramente felice. Tanti pensieri mi hanno assalito la mente in questi giorni ed io so che troverò sollievo da essi solo con la morte. Non importa che mi perdoniate o no, giacché io non ci sarò più, così come i miei dolori. Addio!”.

Lo sconforto colpì Sara, che rimase accovacciata sulle sue ginocchia in cucina, quasi terrorizzata ed assillata dal pensiero del suo fallimento. “Dove ho sbagliato, cosa ho fatto per meritarmi tanto?”. Questo ripeteva ossessionatamente tra i suoi singhiozzi. Nel frattempo quasi tutti avevano lasciato la casa e Luca, con l’aiuto del cognato Piero, aveva portato il corpo del defunto sul tavolo della camera da pranzo, per poi adagiarlo sul letto della camera degli ospiti. Quindi anche loro due abbandonarono la residenza della famiglia Sparlucci, lasciando solo zia Mara a far compagnia alla padrona di casa, che aveva deciso di restare, a differenza delle figlie andate a dormire dai vicini.

Sara andò a dormire nella sua stanza matrimoniale e già il varcare quella porta la fece sussultare, un brivido la pervase per qualche istante, ma il suo spirito era talmente provato che subì, senza troppo disagio, ciò che le stava succedendo. Quando aprì il letto, il profumo di lui si sollevò dalle coperte fin sul suo naso, fino a trascinare via da lei ancora due lacrime, le quali scendevano lentamente sopra un viso rassegnato ed abbandonato al dolore.

Difficilmente riuscì a prendere sonno, ed il primo sogno fu per Orazio, che le rimproverava di non aver mai fatto per bene le cose da padrona di casa. Il soprassalto del risveglio la fece sedere sul letto, gli occhi sbarrati dalla paura puntarono un angolo della stanza dove la luna aveva lanciato un suo raggio, in quel punto ella vedeva le scarpe di Orazio e s’immaginava il resto del corpo nascosto nell’ombra.

A bassissima voce diceva di non avere colpe, di aver fatto del suo meglio, ma sentiva qualcosa stringere il suo braccio sinistro, quello che, abbandonatasi, aveva fatto sporgere dal letto. Pianse, gridò, ma la sua gola, terrorizzata, non aveva la forza di tirar fuori un fiato. Sentiva il respiro freddo del marito sul petto e, stringendosi il cuore con la destra libera, imprecava di essere liberata. Quasi come in uno stato di trance, la donna vide il marito che le rimproverava la brutta festa di compleanno, e le faceva vedere la tristezza dell’apparenza della sua vita. Nella visione, anche se a Sara pareva tutto tremendamente vero, Orazio le mostrava il bagno, a cui teneva così tanto, dove lui penzolava sogghignante, fiero di averla colpita nel cuore delle sue passioni. “Una punizione per l’amore che non mi hai saputo dare, e che hai dedicato, invece, alle cose”. Questo disse il fantasma, che le sussurrava gelido nell’orecchio sinistro.

Sara tirò fuori dalla bocca quasi un muggito, mentre i suoi denti stringevano forte in cuscino, come ad aggrapparsi ad esso per non cadere nel baratro. Finché poi gli occhi sbarrati verso il soffitto non emisero l’ultima lacrima, che si buttò tra le guance ormai fredde, fino ad estinguersi sul collo violaceo della donna.

Era ormai mattina, e quando Luca salì dalla sorella, mentre apriva la porta, quasi inciampò sulle scarpe che la sera prima aveva tolto al morto. Ma non appena vide Sara il suo grido straziò la casa, quasi a darle il colpo di grazia, ed il giorno dopo il paese ebbe due funerali, che forse erano solo il Requiem di una coppia che in realtà non si era mai veramente amata.


Cardia Efisio

sabato 21 luglio 2007

Le Poesie di Amexis

Pianto di Un Condannato a Morte


Negati o Luce, Negati ancora
Che morte non abbia quest'ultima ora,
lascia che il buio nasconda la sorte,
il giorno non venga ad aprire le porte

E taccia il Gallo, non canti mai più
Non suoni la sveglia, non ci sia l'alba,
ma solo il silenzio resti con me,
fedele compagno di chi più non c'è.


Ma Notte sei morta, di colpo sparita
E questa volta mi vali la vita.
L'Aurora è giunta foriera di luce,
Ora disgrazia sarà su di me.

Il Sangue scorre meno di niente,
non serviran nè lui nè la mente,
perchè fermar non si può la gelida legge
che a volte per niente ti dà la morte.

E sentirò di nuovo il silenzio,
ma non potrò cantarlo per voi,
'che questa mano non scriverà più
E questa bocca non vi parlerà

Or venga la Morte tremenda padrona
Che del suo fare non ha pentimento
E chiuda con gli occhi una parte di me
l'altra la Notte l'ha presa con se.


Cardia Efisio

mercoledì 11 aprile 2007

Primo post

Ho creato un blog per raccontare le mie emozioni e scrivere le mie poesie!
Spero che vi piaccia, e non vi piaccia, ma spero di poter farvi conoscere il mio pensiero, comunque esso venga accolto, sarà per me un qualcosa d'importante